la storia dell'isola, raccontata da Gaia Rum

La storia dell'Isola del Giglio

Sin da bambina ho sempre creduto, perché è così che ce l’avevano raccontata, che l‘isola del Giglio fosse veramente nata da una delle sette perle di Venere e ci credevo così tanto che a volte, nelle notti d’estate quando c’è bonaccia ed il mare sembra una tavola lucida, mi sembrava di sentirla davvero cantare, il suo canto d’amore, Venere vagante alla ricerca delle sue perle perdute. Scoprire che l’isola esisteva già, in realtà da molto prima dei greci e dei loro dei, esisteva già nella preistoria, nel paleolitico come dimostrano i resti megalitici della Cote Ciombella a Giglio Castello e del Dolmen sul sentiero che dalle Cannelle porta al Castello, fu per me un evento traumatico, uno di quei momenti che segnano il passaggio dalla fanciullezza all’età adulta. Come quando scoprii che Babbo Natale non esiste, insomma. In quel momento vorresti non esistere neanche tu e che neanche il Natale in sé stesso esistesse più perché in fondo, tolta la sfera religiosa che ormai resta un privilegio di pochi, che senso ha il Natale senza Babbo Natale? E che senso ha un’isola che non ha una genesi leggendaria?

Abbandonati i miti celesti, sono rimaste le gesta terrene dei popoli terresti e per scoprire in quali eventi fosse stato coinvolto questo piccolo lembo di scoglio nei secoli dei secoli amen mi sono dovuta rivolgere ad Armando, il dottore, medico condotto dell’isola, nonché storico ufficiale dell’isola, una personalità importantissima nella comunità isolana, un monumento direi. Grazie a lui ho scoperto che in effetti lo “scoglietto” durante i secoli fu centro di traffici commerciali prima degli etruschi che sfruttarono i giacimenti di ferro del Campese, poi dei Romani in particolare della famiglia degli Enobarbi, i quali costruirono una lussuosissima villa patrizia in zona “Castellare”, l’attuale zona del Porto detta del Saraceno o “Ban Saracino” per i gigliesi, erano possessori di schiavi e commerciavano con la Capitale imperiale, vino, olio, grano e pesci allevati nella “Cetaria” i cui resti ancora oggi si possono vedere nella caletta del Saraceno. Con l’arrivo dei Visigoti in Italia e la conquista di Roma il Giglio, già all’epoca come adesso divenne rifugio per molti romani che qui si rifugiarono per sfuggire alla conquista barbarica.

Negli anni avvenire poco prima del 1000 divenne rifugio per il Vescovo Mamiliano, fu San, che qui volle essere sepolto dopo la morte a Montecristo, isola scelta come rifugio dagli inseguimenti di Genserico. Di San Mamiliano oggi al Giglio resta solo un braccio, restituito alla parrocchia secoli dopo, nel XVII secolo, grazie all’intercessione di Mons. Miliani, gigliese doc, al tempo chierico alla camera del Papa Innocenzo XIII. Non so come sia possibile ma va sempre a finire che in ogni stanza del potere c’è un gigliese nascosto che riesce ad intercedere per tutti. In ogni caso grazie a Mons. Miliani riuscimmo ad ottenere anche un Cristo d’avorio appartenete proprio al Papa ed attribuito al Gian Bologna, oggi custodito nella Parrocchia di Giglio Castello.

Nel frattempo prima che il braccio tornasse a casa, l’isola divenne feudo del Monastero delle Tre Fontane e luogo deputato ad una vivace attività monastica, a cui tutt’oggi l’isola si presta specie in certi periodi dell’anno quali, precisamente l’inverno.

In seguito divenne proprietà di Margherita, figlia di Aldobrandino Conte affidatario del Monastero delle Tre Fontane. Una volta scomunicata Margherita da parte di Papa Bonifiazio VIII, con l’accusa di “fellonias et excessus enormes”, (povera! Solo per non essersi accontenta del primo marito e averne dovuti provare altri quattro prima di trovare un compagno decente) Il feudo di Ansedonia di cui il Giglio faceva parte divenne oggetto di aspre contese tra le famiglie Aldobrandeschi e Orsini da una parte e Caetani dall’altra.

Non so come sia effettivamente finita la vicenda tra queste famiglie, perché trattandosi principalmente di vicende familiari interne che non coinvolsero in alcun modo le sorti dell’isola Armando preferì sorvolare.

Arrivammo così all’ XI sec. Sotto il dominio dei Pisani i quali iniziarono a costruire il Castello con la Rocca e la tutta la cinta muraria ed alcuni anni dopo la torre del Porto ed il Lazzaretto, oggi dimora privata, ancor visibile sul promontorio appunto del Lazzaretto appena fuori il Porto. In questo periodo e precisamente 3 maggio 1241 le acque della nostra amata isoletta divennero il campo di battaglia di un’importante scontro navale avvenuto tra la flotta dell‘Imperatore Federico II composta in gran parte da Galee Pisane e la flotta della Repubblica di Genova alleata del Papa, in cui l’Imperatore ebbe la meglio sui genovesi.

Nel 1406 quando i fiorentini conquistarono Pisa i gigliesi divennero sudditi fiorentini fino al 1448 quando sbarcarono nell’isola i soldati dell’armata navale di Alfonso d’Aragona, re di Napoli e stabilì al giglio un suo presidio fino al 1460 quando lo cedette alla Repubblica di Siena. Da qui in poi iniziarono gli anni delle incursioni corsare. La prima, la più rovinosa avvenne nel 1534 di Ariademo Barbarossa che catturò ben 700 abitati condotti schiavi a Costantinopoli. L’ultima la più epica avvenne il 18 novembre 1799 ed è a questo punto della storia riprese ad assumere tratti leggendari.

Si narra infatti che pochi, sparuti, uomini e donne riuscirono a sconfiggere sonoramente sette “sciabbecchi” arrivati alla baia del Campese e carichi di migliaia di uomini. Cosi, tra colpi di cannone sparati da in cima alla Casamatta, vili atti da parte dei soldati di guardia alla Torre del Campese che all’arrivo degli sciabbecchi evitarono di sparare anche un solo colpo, otri di vino distrutte, per evitare che i turchi si ubriacassero prima dell’assalto, ed intercessioni dei santi tutti ed in particolare del Santo per eccellenza, San Mamiliano e del suo sacro braccio tirato fuori per l’occasione, i gigliesi riuscirono a mettere in fuga i turchi i quali, secondo successive testimonianze, contarono circa 500 tra morti e feriti durante l’assalto. Da quel giorno non si vide più un turco pirata a largo delle coste isolane e sempre da quel giorno, tutti gli anni, si festeggia San Mamiliano dei turchi.

La fine delle scorribande piratesche nel mar mediterraneo segnò anche il rifiorire dei centri costieri, tra cui proprio Giglio Porto che di li a poco assunse il ruolo, che ancora mantiene, di centro commerciale dell’isola. Vennero i liguri e meridionali per lo più pescatori a ripopolare il Porto. Da allora in poi la vita scorse tranquilla fino al secondo dopo guerra quando si sviluppò il turismo… ma questa è una storia troppo terrena e recente perché valga la pena di essere raccontata.